Gli agenti AI possono entrare nei siti web? Il caso Amazon-Perplexity apre una nuova fase del digitale

Gli agenti AI possono entrare nei siti web? Il caso Amazon-Perplexity apre una nuova fase del digitale

La prossima grande frattura del web non riguarda solo i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, né la visibilità nei risultati di ricerca. Riguarda qualcosa di più profondo: chi ha il diritto di visitare un sito quando non è più una persona a cliccare, ma un agente AI che agisce per conto suo.

È questa la domanda al centro dello scontro tra Amazon e Perplexity negli Stati Uniti, una vicenda che può sembrare lontana dal mercato italiano ma che, in realtà, anticipa un problema destinato ad arrivare rapidamente anche da noi. Ecommerce, piattaforme di prenotazione, banche online, marketplace, software SaaS e portali di servizi dovranno decidere se considerare gli agenti AI come visitatori legittimi, strumenti dell’utente o presenze automatizzate da bloccare.

Il punto non è più soltanto tecnico. È giuridico, commerciale e strategico. E per chi lavora nel digitale, nella SEO, nel marketing o nello sviluppo prodotto, è uno dei passaggi più importanti della nuova fase agentica del web.

Il caso che può cambiare il rapporto tra AI e siti web

La controversia nasce dall’uso di Comet, il browser con funzioni AI sviluppato da Perplexity, capace di operare per conto dell’utente. In pratica, l’agente può accedere a un account Amazon utilizzando le credenziali dell’utente, navigare tra i prodotti, confrontare opzioni e arrivare fino al completamento di un acquisto attraverso il normale percorso di checkout.

Amazon ha contestato questo comportamento sostenendo che l’accesso alle aree riservate del proprio sito da parte di un software automatizzato non sia autorizzato, anche quando l’utente ha dato istruzioni esplicite all’agente. La questione è stata portata davanti a un tribunale federale statunitense e si è innestata su una norma, il Computer Fraud and Abuse Act, nata nel 1986 per contrastare intrusioni informatiche e accessi non autorizzati.

Il primo giudice ha concesso un’ingiunzione preliminare a favore di Amazon, bloccando l’accesso di Comet alle pagine protette da login, come account, ordini e checkout. Successivamente, la Corte d’Appello del Nono Circuito ha sospeso l’efficacia dell’ingiunzione in attesa dell’appello, lasciando intendere che la questione sia tutt’altro che chiusa.

Il cuore del caso è semplice da formulare, ma complesso da risolvere: se una persona può entrare nel proprio account, può anche incaricare un agente AI di farlo al suo posto?

Autorizzazione dell’utente o accesso automatizzato?

La posizione di Amazon poggia su un principio molto netto: i termini di servizio possono vietare l’accesso automatizzato e l’autorizzazione concessa all’utente non si estende automaticamente a un software che agisce per suo conto. Da questa prospettiva, l’agente AI non sarebbe una semplice estensione dell’utente, ma un soggetto tecnico distinto, non autorizzato dalla piattaforma.

Perplexity, al contrario, sostiene che l’agente operi sotto delega esplicita dell’utente. Non entra in un account altrui, non aggira credenziali, non forza un sistema: esegue un’azione che l’utente potrebbe compiere personalmente. In questa lettura, l’AI non sarebbe un intruso, ma uno strumento, come lo sono stati negli anni password manager, browser, assistenti vocali, app di automazione e software di produttività.

La differenza è enorme. Se prevale la linea più restrittiva, ogni grande piattaforma potrebbe usare i propri termini di servizio per bloccare gli agenti AI dalle aree riservate, anche quando l’utente li vuole utilizzare. Se invece viene riconosciuta la validità della delega, i siti dovranno ripensare il modo in cui consentono, limitano o strutturano l’accesso delle macchine.

Perché questa vicenda interessa anche le aziende italiane

Anche se il caso si gioca negli Stati Uniti, l’impatto è globale. Le grandi piattaforme digitali tendono a standardizzare policy, sistemi di accesso e modelli contrattuali su scala internazionale. Quando negli USA nasce un precedente forte, spesso le aziende europee si trovano a doverlo interpretare, adattare o anticipare.

Per un ecommerce italiano, ad esempio, la domanda diventerà concreta: consentire a un agente AI di confrontare prezzi, applicare filtri, suggerire prodotti e completare ordini per conto del cliente può aumentare le vendite o erodere il controllo sull’esperienza d’acquisto? Per un portale turistico, un agente che cerca voli, hotel o noleggi auto al posto dell’utente è un alleato o un concorrente dell’interfaccia proprietaria? Per una piattaforma SaaS, un agente che modifica impostazioni, scarica report o avvia workflow è produttività o rischio operativo?

In Italia il tema si intreccia anche con privacy, sicurezza, responsabilità contrattuale e gestione dei dati personali. Non basta più chiedersi se un bot vada bloccato da robots.txt. Bisogna capire che tipo di agente è, per conto di chi agisce, con quali permessi e con quale livello di tracciabilità.

Dalla SEO per gli utenti alla SEO per gli agenti

Per anni la SEO ha lavorato su due interlocutori principali: i motori di ricerca e le persone. Ora entra in scena un terzo lettore, meno visibile ma sempre più influente: l’agente AI. Non è un crawler tradizionale, non è solo un bot di indicizzazione, non è un semplice assistente conversazionale. È un sistema capace di navigare, interpretare pagine, prendere decisioni operative e trasformare un sito in una parte di un flusso automatizzato.

Questo modifica anche il concetto di visibilità. Non basta più essere trovati su Google o citati in una risposta generativa. In molti settori sarà importante essere utilizzabili dagli agenti: leggibili, accessibili, affidabili, strutturati, sicuri. Un sito poco chiaro per una persona è spesso anche inefficiente per una macchina; un checkout fragile, una navigazione caotica o termini ambigui possono diventare barriere competitive.

La nuova ottimizzazione non sostituisce la SEO tradizionale, ma la estende. Significa progettare pagine, dati, policy e interfacce pensando anche a chi non guarda lo schermo come un essere umano, ma deve comunque completare un compito in modo corretto.

Tre scenari per il futuro dei siti web

Le aziende digitali non possono aspettare che siano i tribunali o i fornitori di AI a definire tutto. Le opzioni strategiche sono già abbastanza chiare e ogni organizzazione dovrà scegliere con consapevolezza.

  • Accogliere gli agenti AI: permettere agli utenti di usare strumenti automatizzati sui propri account, magari creando interfacce più leggibili dalle macchine e percorsi controllati.
  • Bloccarli: vietare espressamente l’accesso automatizzato nei termini di servizio e rafforzare i controlli tecnici, accettando però il rischio di frustrare una parte degli utenti più evoluti.
  • Canalizzarli: offrire API, protocolli o ambienti dedicati, così da evitare scraping e accessi opachi alle pagine riservate, mantenendo maggiore controllo sui dati e sulle operazioni.

La terza via potrebbe diventare la più interessante per molte aziende europee: non una chiusura totale, ma una porta progettata apposta per gli agenti. È una logica simile a quella che ha trasformato molte integrazioni software negli ultimi quindici anni, ma con un livello di autonomia molto più alto.

Cosa dovrebbero fare ora aziende, ecommerce e piattaforme

La prima azione concreta è rileggere i propri termini di servizio. Molte clausole sull’accesso automatizzato sono state scritte in un’epoca in cui il nemico era lo scraping massivo, non l’assistente AI scelto dall’utente. Continuare a usare lo stesso linguaggio può generare ambiguità pericolose.

La seconda è verificare la postura tecnica: robots.txt, firewall applicativi, sistemi anti-bot, gestione degli user agent, limiti di sessione, protezione del checkout, audit dei login. Bloccare tutto per impostazione predefinita può sembrare prudente, ma potrebbe impedire agli utenti di utilizzare strumenti che considerano ormai parte della loro esperienza digitale.

La terza è definire una posizione di business. Un agente AI che compra per conto di un cliente è una minaccia al controllo dell’interfaccia o un nuovo canale di conversione? Un assistente che legge report in una dashboard SaaS riduce valore percepito o aumenta retention? Un bot che confronta offerte in tempo reale comprime i margini o porta clienti più qualificati?

Non esiste una risposta valida per tutti. Ma esiste una certezza: lasciare che la decisione emerga per inerzia tecnica è il modo peggiore per affrontare il cambiamento.

Domande che molti manager si stanno già facendo

Un agente AI è uguale a un bot?
Non sempre. Un bot può essere un crawler generico, uno scraper o un sistema automatizzato senza relazione diretta con un utente. Un agente AI delegato, invece, può agire su istruzione specifica di una persona autenticata. La distinzione sarà sempre più importante.

Conviene bloccare subito gli agenti AI?
Dipende dal modello di business. In settori ad alto rischio, come finanza o dati sensibili, può essere necessario un approccio molto prudente. In ecommerce, travel o software professionale, una chiusura totale potrebbe penalizzare l’esperienza utente e ridurre opportunità future.

Cosa cambia per la SEO?
Cambia il perimetro. I contenuti devono restare utili alle persone e comprensibili ai motori di ricerca, ma sempre più spesso dovranno essere interpretabili anche da sistemi agentici. Struttura, chiarezza, dati affidabili e coerenza semantica diventano ancora più centrali.

Il web sta diventando negoziabile dalle macchine

La vera novità non è che l’AI possa leggere una pagina. Questo accade già. La novità è che possa agire: scegliere, confrontare, compilare, prenotare, acquistare, gestire. Il sito web non è più solo una destinazione da visitare, ma un ambiente operativo in cui agenti umani e agenti software possono collaborare o entrare in conflitto.

Per le imprese italiane, soprattutto quelle che vendono online o gestiscono piattaforme digitali, il tema va affrontato ora. Non serve inseguire ogni novità tecnologica, ma costruire una governance chiara: quali agenti accettiamo, con quali limiti, su quali dati, attraverso quali canali e con quali responsabilità.

Il caso Amazon-Perplexity è solo il primo grande segnale. La fase successiva sarà molto più ampia: il web dovrà decidere se restare costruito intorno al clic umano o aprirsi a un’economia in cui una parte crescente delle decisioni digitali verrà delegata a software intelligenti. Chi progetta oggi le regole di accesso, i contenuti e le interfacce avrà un vantaggio netto. Gli altri rischiano di trovarsi con siti tecnicamente online, ma strategicamente fuori dal nuovo traffico generato dagli agenti.


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