Islanda on the road: sette giorni lungo la Ring Road
La Ring Road islandese non è semplicemente una strada panoramica. È una linea sottile tracciata tra lava, ghiaccio, oceano e vento; un nastro d’asfalto che compie il giro dell’isola per 1322 chilometri e permette di leggere l’Islanda come un grande racconto geologico. La Route 1 è quasi interamente asfaltata, a due corsie, spesso solitaria, e attraversa alcuni dei paesaggi più potenti del Nord Atlantico: cascate che scendono da pareti verdi, spiagge nere, ghiacciai sospesi, canyon, altipiani spogli, villaggi colorati raccolti ai piedi delle montagne.
Sette giorni sono il tempo minimo per compiere il giro completo senza trasformare il viaggio in una corsa. Non tutto potrà essere visto con calma, ma l’itinerario permette di cogliere la varietà profonda dell’isola: la Reykjavík creativa e compatta, il sud scenografico, la luce lattiginosa dei ghiacciai, i fiordi orientali più quieti, il nord delle balene e delle fattorie con tetti d’erba. Il senso del viaggio, qui, è lasciarsi guidare dal paesaggio: fermarsi spesso, accettare il meteo mutevole, partire presto e non sottovalutare mai la forza degli elementi.
Prima di partire: auto, meteo e ritmo del viaggio
Il punto d’ingresso naturale è l’aeroporto internazionale di Keflavík, circa 49 chilometri a sud-ovest di Reykjavík. Per un viaggio sulla Ring Road conviene ritirare l’auto già all’arrivo, soprattutto se il programma è serrato. In estate una vettura 2WD è generalmente sufficiente per la Route 1, mentre in inverno, o se si prevedono deviazioni su strade secondarie e altipiani, un 4WD offre maggiore sicurezza. Le prenotazioni anticipate sono essenziali tra giugno e settembre, quando la domanda cresce sensibilmente.
L’Islanda richiede un bagaglio intelligente: strati termici, giacca antivento e impermeabile, scarpe da trekking, costume da bagno per le piscine geotermiche. Anche in estate il vento può cambiare la percezione della temperatura in pochi minuti. Il viaggio in senso antiorario, da Reykjavík verso il sud, è una scelta molto efficace: consente di incontrare fin dai primi giorni alcuni dei paesaggi più iconici, costruendo poi un crescendo più silenzioso verso est e nord.
Giorno 1: Reykjavík e la luce blu della laguna
Reykjavík meriterebbe più di una giornata, ma in un itinerario di una settimana occorre scegliere. Il centro si esplora bene a piedi: case colorate, boutique di design, caffè contemporanei, gallerie, piccole librerie e la sagoma verticale di Hallgrímskirkja, la chiesa che domina la città con il suo profilo basaltico. È una capitale raccolta, nordica ma non austera, dove l’architettura alterna superfici metalliche, legno chiaro, vetro e colori domestici.
Se l’arrivo è al mattino, si può iniziare con una passeggiata lenta e un pranzo informale in città. Per chi desidera entrare subito nella dimensione geotermica islandese, la Blue Lagoon, sulla penisola di Reykjanes, è una tappa comoda tra aeroporto e capitale. È molto conosciuta e talvolta affollata, ma l’esperienza di immergersi in acque azzurre e lattiginose, circondati da campi di lava scura, resta una forte introduzione sensoriale al viaggio.
Giorno 2: il Golden Circle e l’arrivo sulla Route 1
La seconda giornata porta verso il Golden Circle, uno degli itinerari più celebri dell’Islanda. La prima tappa è Þingvellir, parco nazionale di grande valore storico e paesaggistico: qui si incontrano memoria politica, faglie tettoniche, sentieri brevi e limpide fratture d’acqua. È il luogo dove l’isola sembra mostrare apertamente la propria struttura, con fenditure, piani erbosi e pareti di roccia scura.
Da Þingvellir si prosegue verso l’area geotermica di Haukadalur, dove geyser, sorgenti bollenti e pozze di fango ricordano che il sottosuolo islandese è vivo. Strokkur, con le sue eruzioni regolari, è il protagonista più atteso. Poco oltre, Gullfoss cambia ancora registro: una cascata glaciale ampia, potente, che precipita in un canyon generando spray e rumore. La giornata si chiude verso Selfoss, punto pratico per agganciarsi alla Ring Road vera e propria.
Giorno 3: lava, cascate e la spiaggia nera di Vík
Da Selfoss il viaggio entra nella grammatica più scenografica dell’Islanda meridionale. Chi vuole iniziare con un’esperienza sotterranea può esplorare il tunnel lavico di Raufarhólshellir, una cavità modellata da antichi flussi vulcanici. In alternativa, il LAVA Centre di Hvolsvöllur offre una lettura più narrativa e accessibile dell’attività vulcanica dell’isola, con lo sfondo simbolico dell’Eyjafjallajökull.
Il pomeriggio appartiene alle cascate. Seljalandsfoss è una lama d’acqua alta circa 61 metri, famosa perché un sentiero permette di passarle dietro: ci si bagna, inevitabilmente, ma lo sguardo da dietro il velo d’acqua vale la deviazione. Poco più avanti, Skógafoss appare più frontale e monumentale, una parete liquida che scende con forza compatta. La sera si raggiunge Vík, villaggio affacciato su spiagge nere e scogliere, dove il buio, lontano dalle grandi luci urbane, può offrire in stagione la possibilità di osservare l’aurora boreale.
Giorno 4: Dyrhólaey, Skaftafell e la laguna degli iceberg
La giornata più intensa del viaggio comincia presto. Prima di lasciare Vík, vale la pena salire verso Víkurkirkja per osservare il villaggio dall’alto, oppure camminare verso Reynisfjall, con la possibilità, in stagione, di avvistare le pulcinelle di mare. A poca distanza, Dyrhólaey apre la vista su un arco naturale scolpito dall’oceano: una presenza severa, quasi architettonica, sospesa tra falesie e onde.
Il percorso prosegue verso Skaftafell, nel grande sistema del Vatnajökull. Qui il paesaggio si fa più freddo, minerale, dominato dal dialogo tra ghiaccio, muschio e roccia. Dal centro visitatori partono sentieri verso Svartifoss, la cascata nera incorniciata da colonne basaltiche, e verso la lingua glaciale di Skaftafell. Più a est, Jökulsárlón è una delle visioni più memorabili del viaggio: iceberg azzurri e bianchi galleggiano nella laguna prima di dirigersi verso il mare. Sulla vicina Diamond Beach, frammenti di ghiaccio si arenano sulla sabbia nera, creando un contrasto quasi irreale. La notte a Höfn chiude la giornata in un’atmosfera di porto remoto.
Giorno 5: i fiordi orientali e Seyðisfjörður
Il tratto tra Höfn e l’area di Egilsstaðir è meno costruito attorno a singole attrazioni e più legato al piacere della guida. La Route 1 segue un lembo di terra stretto tra montagne ripide e oceano, curva attorno a promontori rocciosi, attraversa antichi campi di lava e lambisce villaggi raccolti in porti naturali. È una delle sezioni in cui l’Islanda appare più silenziosa: fattorie isolate, scogliere scure velate di verde, luce radente e vento costante.
Prima di fermarsi a Egilsstaðir, è consigliabile deviare verso Seyðisfjörður, raggiungibile con una strada che sale e poi scende tra le montagne. Il villaggio, con le sue case colorate e la piccola chiesa azzurra, ha un carattere intimo e quasi teatrale. Non è solo una tappa fotografica: è uno di quei luoghi in cui si percepisce la distanza, la bellezza di vivere al termine di una strada, protetti da un fiordo e circondati da pareti alte.
Giorno 6: altipiani, Dettifoss, Húsavík e Akureyri
Da Egilsstaðir verso il lago Mývatn, la strada attraversa un’Islanda più ampia e spoglia. Gli insediamenti si diradano, il paesaggio si apre in altipiani, montagne e specchi d’acqua che possono restare segnati dal ghiaccio fino a stagione avanzata. È un tratto contemplativo, dove il tempo sembra dilatarsi e il viaggio diventa soprattutto osservazione.
La prima grande deviazione conduce a Dettifoss, una delle cascate più impressionanti d’Europa per portata e presenza fisica. Non ha la grazia scenografica di altre cascate islandesi: ha piuttosto la forza bruta di un paesaggio primordiale. La seconda deviazione porta a Húsavík, cittadina affacciata sul mare e considerata uno dei luoghi migliori dell’isola per l’osservazione delle balene. In estate gli avvistamenti sono frequenti e, con un po’ di fortuna, si può incontrare anche la balenottera azzurra. La giornata termina ad Akureyri, la capitale del nord, più urbana e accogliente dopo molte ore di paesaggi remoti.
Giorno 7: Skagafjörður e ritorno a Reykjavík
L’ultimo giorno richiede una lunga percorrenza, quasi 400 chilometri verso Reykjavík. Se l’orario del volo lo consente, la penisola di Skagafjörður merita una sosta: è una zona meno battuta, legata ai cavalli islandesi e alle fattorie tradizionali con tetti in torba. Cavalcare qui significa entrare in contatto con una parte profonda della cultura rurale islandese, fatta di resistenza, praticità e adattamento a un ambiente severo.
A Blönduós si intercetta uno degli ultimi scorci della costa settentrionale prima che la strada pieghi verso sud-ovest e l’interno. Il rientro a Reykjavík non è un semplice trasferimento: la Ring Road continua a offrire viste ampie, cieli mutevoli, deviazioni tentatrici verso i Westfjords o la penisola di Snæfellsnes. Ed è proprio questo il punto. Anche completando il giro, l’Islanda lascia sempre la sensazione di un viaggio incompiuto, non per mancanza, ma per abbondanza. Ogni strada laterale sembra promettere un’altra storia, un’altra luce, un altro silenzio.
Per chi è questo viaggio
La Ring Road in sette giorni è ideale per viaggiatori autonomi, curiosi, disposti a svegliarsi presto e a cambiare programma in base al meteo. Non è un itinerario da vacanza statica né da comfort assoluto: richiede attenzione alla guida, flessibilità e una certa familiarità con distanze e paesaggi isolati. In cambio offre una delle esperienze on the road più complete d’Europa, dove ogni giorno modifica il vocabolario visivo del viaggio: dal vapore geotermico alla sabbia nera, dal ghiaccio galleggiante alle case colorate dei fiordi, fino al nord delle balene e dei cavalli.
Per un lettore italiano, abituato spesso a un’idea di paesaggio stratificata da storia, borghi e architetture, l’Islanda propone una bellezza più essenziale. Qui il progetto è quello della natura: materiali primari, luce instabile, texture di lava, muschio, acqua e ghiaccio. La Ring Road è il modo più diretto per attraversarli tutti, con il finestrino aperto sul vento e la sensazione rara di essere, per qualche giorno, al centro di un mondo ancora in formazione.
